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MALASANITÁ
RISARCIMENTO DANNI GRAVI E MORTALI
SINISTRI STRADALI
ANATOCISMO BANCARIO E USURA

Domande frequenti - sinistri stradali

Per la richiesta di risarcimento del danno a causa di un sinistro stradale o infortunio è fondamentale presentare quanta più documentazione possibile,quindi verbale di un’autorità intervenuta sul luogo del sinistro,prove testimoniali,referti medici etc.

Incidente stradale con auto non assicurata….Chi paga i danni in caso auto non identificata? Fondo vittime della strada

La legge stabilisce che ogni automezzo circolante debba essere obbligatoriamente assicurato affinchè, in caso di incidente stradale, il danneggiato sia messo nelle condizioni di ottenere il giusto risarcimento del danno. Proprio per garantire ciò è stato istituito un fondo, il Fondo di garanzia per le vittime della strada, che ha il compito di intervenire tutte le volte che in un incidente stradale viene coinvolto un mezzo non assicurato oppure un mezzo che non viene identificato. Il fondo vittime della strada agisce per mezzo di Compagnie assicuratrici c.d. designate che cambiano a seconda della regione nella quale è avvenuto il sinistro.

Il fondo di garanzia per le vittime della strada è un fondo istituito già con la L. n. 990 del 1969 (oggi abrogata per effetto dell’entrata in vigore del Codice delle Assicurazioni private) o oggi disciplinato dagli articoli 283 e seguenti del D.Lgs. n. 209 del 2005 e gestito dalla Consap, società ad integrale capitale pubblico che agisce sotto la vigilanza del Ministero delle Attività Produttive, e ha il compito di garantire il giusto risarcimento ai danneggiati in caso di incidente stradale che coinvolge un mezzo non assicurato oppure un mezzo che non viene identificato. Si pensi, ad esempio, all'ipotesi in cui il conducente, dopo l'incidente, riesca a darsi alla fuga senza consentire al danneggiato di annotarsi gli estremi della targa.
Il Fondo vittime della strada opera sul territorio nazionale attraverso delle Compagnie assicuratrici (c.d. designate) che cambiano a seconda della regione nella quale è avvenuto il sinistro e che gestiscono la procedura di risarcimento del danno come se il mezzo non assicurato (oppure non identificato) fosse assicurato presso di loro.
Dopo avere il liquidato il danno, il Fondo vittime della strada procede a recuperare quanto pagato direttamente dal danneggiante (sempre che questi venga identificato).

Limiti all'intervento del Fondo di garanzia

Il Fondo di garanzia per le vittime della strada interviene, in particolare, nelle ipotesi in cui l’incidente stradale sia stato causato da un veicolo:

  1. non identificato: in questo caso viene erogato il risarcimento del danno solo alla persona. Se il danno alla persona è grave il Fondo vittime della strada risarcirà anche i danni alle cose con importo superiore ad Euro 500 e per la parte eccedente i 500 Euro;

  2. non assicurato: in questo caso vengono risarciti sia i danni alle cose che i danni alla persona;

  3. assicurato presso una Compagnia che al momento del sinistro stradale si trova in uno stato di liquidazione coatta (o che successivamente venga a trovarsi in questa condizione): in questo caso vengono risarciti sia i danni alle cose che i danni alla persona;

  4. messo in circolazione contro la volontà del proprietario: in questo caso vengono risarciti i danni alla persona e alle cose subiti dai terzi trasportati o dalle persone trasportate contro la loro volontà oppure dalle persone che sono inconsapevoli della circolazione illegale del mezzo.

Il Codice delle Assicurazioni private prevede comunque che i massimali entro i quali viene liquidato il risarcimento siano stabiliti con un apposito regolamento ministeriale.

Per l'incidente stradale con lesioni a persone e cose il diritto ad essere risarciti del danno si prescrive in 2 anni, per cui la richiesta di risarcimento deve essere inoltrata al Fondo e alla Compagnia designata entro la data suddetta decorrente dal giorno in cui si è verificato il sinistro. Per sinistri con decesso il termine massimo di prescrizione del diritto al risarcimento è di 10 anni.

L'indennizzo diretto (oggi anche conosciuto come risarcimento diretto) è una speciale procedura di risarcimento del danno derivante da un sinistro stradale , introdotta dal Codice delle Assicurazioni private (D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209) che può essere attivata in presenza di determinate condizioni e che consente al danneggiato di richiedere il risarcimento del danno direttamente presso la propria Compagnia assicuratrice secondo un meccanismo che dovrebbe garantire un risarcimento in tempi ristretti. Il risarcimento diretto è comunque una procedura facoltativa per il danneggiato.

Quando si applica?

La procedura di risarcimento diretto si applica tendenzialmente a tutti i sinistri stradali tra due veicoli ad eccezione di quelli che coinvolgono:

  • più di due veicoli (si pensi ai c.d. tamponamenti a catena);
  • un veicolo non regolarmente assicurato;
  • un veicolo non immatricolato in Italia;
  • un veicolo che non appartiene alla categoria dei veicoli a motore;
  • un pedone, un ciclista o un bene immobile (si pensi all’ipotesi del conducente che, perdendo il controllo, vada a sfondare la vetrina di un negozio);
  • un veicolo speciale;
  • una macchina agricola.

Inoltre la procedura di indennizzo diretto non può essere attivata quando:

  • non c’è stato un impatto tra i due veicoli;
  • dall’incidente sono derivate gravi lesioni che portano ad una invalidità permanente superiore al 9% (si tratta delle c.d. macrolesioni).

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Una situazione purtroppo molto frequente è quella che vede un pedone coinvolto in un sinistro stradale in quanto urtato o travolto da un automezzo. In questa situazione normalmente per il conducente dell'automezzo è molto difficile dimostrare di essere esente da colpe e per questo motivo la responsabilità per il sinistro stradale viene sostanzialmente sempre addossata al conducente. La parte lesa dovrà quindi richiedere il risarcimento del danno al conducente e alla Compagnia assicuratrice del mezzo. Vi sono però alcune situazioni in cui il risarcimento al pedone può essere diminuito perché si ritiene che anche il suo comportamento imprudente abbia contribuito al verificarsi dell'incidente stadale; é un caso molto frequente di incidente stradale che – per espressa disposizione di legge – sfugge all’applicazione del sistema del c.d. indennizzo diretto o risarcimento diretto.
E’ il caso tipico di investimento di una persona fisica appiedata da parte di un veicolo a motore.
In queste situazioni il conducente del mezzo deve dimostrare di avere fatto tutto il possibile per evitare l’investimento secondo la regola stabilita dall’art. 2054 del codice civile per il quale “il conducente di un veicolo senza guida di rotaie è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno”.
In considerazione dell’estrema difficoltà di fornire questa prova in linea di massima la responsabilità del sinistro stradale viene quasi sempre addebitata al conducente del veicolo.
Si pensi al caso del pedone investito mentre attraversava una via percorrendo le strisce pedonali che vengono normalmente segnalate in anticipo dalla cartellonistica stradale.
Come comportarsi nell’immediatezza
Il pedone investito da un automezzo normalmente subisce delle lesioni fisiche, più o meno importanti a seconda della velocità del veicolo, del suo peso ecc.
In questo caso la parte lesa deve immediatamente fare intervenire dei sanitari per la somministrazione delle prime cure oppure recarsi immediatamente presso la più vicina unità di pronto soccorso per farsi refertare e per svolgere i primi accertamenti strumentali (radiografie, ecografie ecc.)
Sul posto è sempre opportuno individuare dei testimoni del fatto che possano successivamente riportare la dinamica dell’incidente stradale e questo anche a prescindere dal fatto che il conducente del mezzo ammetta verbalmente la propria responsabilità. Resta infatti sempre a carico del pedone investito la prova del fatto storico dell’avvenuto investimento e delle sue modalità.
Inoltre, se possibile, è consigliabile fare intervenire sul posto delle autorità di pubblica sicurezza (ad es.: Carabinieri, Vigili urbani) affinché predispongano un verbale sull’accaduto.
Ovviamente è necessario richiedere e ottenere dal conducente tutti i dati del mezzo, della Compagnia assicuratrice e i suoi riferimenti personali che, in caso di intervento delle Autorità, verranno inseriti nel verbale.

Il concorso di colpa del pedone investito
Coma sappiamo le norme di legge che impongono al conducente di provare di avere fatto tutto il possibile per evitare l’impatto lasciano poco spazio per dimostrare l’assenza di responsabilità.
Tuttavia ci sono numerosi casi in cui si può ipotizzare che anche il comportamento del pedone abbia contribuito al verificarsi dell’incidente. Si parla in questo caso di concorso di colpa del pedone investito.
Tra i più noti si possono ricordare le ipotesi in cui il pedone:
  • attraversa la strada senza utilizzare le strisce pedonali;
  • attraversa un incrocio in diagonale venendosi a trovare in una posizione pericolosa.
In questi casi, se il conducente riesce a dimostrare che il pedone non si è attenuto alle regole stabilite dal Codice della Strada può ottenere una riduzione del risarcimento del danno in proporzione all’incidenza che il comportamento della parte lesa ha avuto nel verificarsi dell’impatto.
Va però detto che la condotta del pedone non sempre ha una incidenza reale nella dinamica del fatto anche quando viene dimostrata una sua teorica colpa.
Si può pensare al caso del pedone che attraversa fuori dalle strisce un rettilineo con piena visibilità da lunghissima distanza e che viene investito da un mezzo che procede a velocità sconsiderata, situazione in cui ben difficilmente sarà possibile ritenere che l’omissione del pedone abbia impedito (anche solo in parte) al conducente del veicolo di evitare l’impatto.
L’Ufficio Centrale Italiano è l’ente al quale la legge affida la gestione dei sinistri che coinvolgono veicoli immatricolati all’estero all’interno del sistema della Carta Verde. La Carta Verde è il certificato internazionale di assicurazione che consente ad un veicolo di entrare e circolare in un Paese estero essendo in regola con l'obbligo dell'assicurazione RCA obbligatoria nel Paese visitato.
La sua attività è oggi regolamentata dagli articoli 125 e 126 del Codice delle Assicurazioni private (D.Lgs n. 209 del 2005), e dal D.M. 31 agosto 2012.
Opera all’interno di un sistema di convenzioni stipulate con altri uffici nazionali di Assicurazione che operano all’interno dei Paesi che hanno aderito al sistema della Carta Verde e in questa veste si occupa di provvedere al risarcimento dei danni causati dai veicoli esteri che si trovano temporaneamente a circolare sul territorio Italiano.
E’ frequente l’ipotesi in cui sul territorio italiano un sinistro coinvolga mezzi non immatricolati in Italia e assicurati presso Compagnie straniere. In questi casi una richiesta di risarcimento del danno secondo le regole diventerebbe molto complessa e spesso fuori dalla portata del comune utente della strada che dovrebbe quindi accollarsi spese ingenti in consulenze e assistenza legale.
Per questo motivo, e per uniformare le procedure di risarcimento internazionali, è stato istituito un apposito ente, l’Ufficio Centrale Italiano (più conosciuto semplicemente come U.C.I.) che si occupa di gestire le procedure risarcitorie in queste situazioni.
Il buon esito della richiesta, ovviamente, è subordinato alla circostanza per la quale il richiedente non abbia causato l’incidente con torto.
In questo caso rivolgiti a Top Risarcimenti per ricevere tutta l’assistenza necessaria per il disbrigo delle pratiche.

Si parla di malasanità quando una scelta terapeutica del sanitario procura al paziente non un beneficio ma un danno, causando un peggioramento delle sue condizioni di salute che non dipende dal normale decorso della malattia ma dall’intervento eseguito.
Si tratta di un principio generale che vale sia quando ci si trova di fronte ad una operazione chirurgica eseguita in modo non corretto, sia quando si va ad esaminare la somministrazione di farmaci senza considerare, ad esempio, che l’assunzione di una determinata medicina associata ad altri farmaci può causare delle complicazioni.
La casistica, in ogni caso, è molto ampia e comprende (a titolo di esempio) le conseguenze negative che derivano:

  • da una diagnosi sbagliata;

  • da una diagnosi ritardata (se il ritardo complica o pregiudica le condizioni di salute del paziente);

  • da una omessa effettuazione di esami che avrebbero potuto chiarire meglio le condizioni di salute del paziente;

  • da un intervento chirurgico eseguito in modo errato;

  • da una cattiva gestione delle cure successive ad un intervento.

    In queste ipotesi il paziente vittima dell’errore può in ipotesi richiedere il risarcimento del danno in tutte le sue forme (danno alla salute,danno morale, rimborso delle spese sostenute ecc)

I soggetti responsabili
Il risarcimento del danno può essere richiesto innanzitutto al medico che ha eseguito l’intervento, effettuato la diagnosi ecc., in quanto soggetto che in via principale avrebbe dovuto eseguire in modo corretto la propria attività.
La richiesta può essere anche rivolta alla struttura ospedaliera nella quale il medico opera in qualità di dipendente o di medico che opera al suo interno in regime di convenzione.
La struttura ospedaliera, in ogni caso, può essere sempre oggetto di richiesta di risarcimento del danno in tutti i casi in cui il danno al paziente deriva dalla qualità dei macchinari che mette a disposizione dei medici con cui collabora. E ciò anche nel caso in cui il paziente abbia scelto di farsi curare in una determinata struttura ma da un professionista di sua esclusiva fiducia e scelto all’esterno della struttura stessa.
Ovviamente in caso di intervento effettuato in una struttura pubblica la richiesta dovrà essere sempre inviata anche all’ASL di riferimento.

Cosa bisogna dimostrare per ottenere il risarcimento del danno

Il rapporto che si instaura tra il paziente, il medico e la struttura sanitaria è considerato come un contratto, anche se non è stato firmato alcun accordo scritto.
Per questo motivo il paziente che lamenta un danno dovrà provare di essersi rivolto a quel professionista e a quella specifica struttura, dimostrare di avere subito un danno (e quindi un peggioramento delle proprie condizioni) a seguito di un trattamento terapeutico e specificare in cosa consiste tecnicamente l’errore del medico dimostrando che il danno dipende dall’errore.
Non è però tenuto a dimostrare che effettivamente l’errore che lamenta è stato effettivamente compiuto.
Toccherà infatti al professionista provare di avere agito correttamente perché in caso contrario subirà una condanna al risarcimento del danno.

La responsabilità sanitaria e colpa medica

Il comportamento del medico che colposamente (ossia con negligenza, imperizia o imprudenza) procura al paziente un peggioramento delle sue condizioni di salute per i motivi esaminati precedentemente, oltre a dare vita ai presupposti per un risarcimento del danno, può integrare anche il reato di lesioni personali colpose (art. 590 codice penale) oppure (in caso di decesso del paziente a causa dell’errore) il reato di omicidio colposo (art. 589 codice penale).
La questione è stata oggetto di una importante riforma attuata nel 2012 con la c.d. Legge Balduzzi la quale ha stabilito che il medico che si attiene alle linee guida (previste per il trattamento di una determinata patologia) e si è uniformato alle c.d. buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per le lesioni causate al paziente (o per il suo decesso) se queste derivano da una colpa lieve.
La riforma ha generato alcune questioni interpretative che solo recentemente sono state affrontate dai Giudici. In particolare, si è precisato che le linee guida, per poter avere l’effetto di evitare al medico la sanzione penale, non devono essere ispirate a logiche di economicità nella gestione della struttura, ma devono indicare standard per la diagnosi e le successive terapie secondo il criterio della migliore scienza medica a garanzia della salute del paziente.
In ogni caso, resterà fermo il dovere di risarcire il danno. La norma, infatti, riguarda unicamente la responsabilità penale.

Anche in questo caso per qualsiasi dubbio affidati a Top Risarcimenti. Chiamaci, analizzeremo il tuo caso e quando possibile ci impegneremo al massimo per tutelare i vostri diritti e darti l'assistenza necessaria.

Quando si parla di danno biologico si fa riferimento alla lesione della integrità psico fisica della persona. Ancora oggi non risulta agevole determinare la misura del risarcimento del danno per questo tipo di lesione. La legge infatti fornisce dei criteri certi di liquidazione del danno biologico solo nel caso di micropermanenti, ossia di lesioni che non superano i 9 punti di invalidità (questo criterio si applica nell'ambito dell'infortunistica stradale e nei casi di malasanità).Per gli altri danni è necessario fare riferimento a tabelle elaborate da diversi tribunali. Tra queste le più utilizzate sono le Tabelle di Milano per calcolo danno biologico.

Ecco ora alcune indicazioni per il calcolo del danno biologico sia nel caso in cui il calcolo debba essere eseguito per le micropermanenti (ossia per danni da 1 a 9 punti di invalidità), sia per le macropermanenti (danni da 10 a 100 punti di invalidità).

1. Calcolo danno biologico su Micropermanenti:
Sono considerate micropermanenti le lesioni fino a 9 punti di invalidità
Una volta individuata la somma corrispondente al danno biologico potete con facilità calcolare il danno morale che generalmente viene determinato in una somma che va da 1/4 a 1/2 del danno biologico.Il totale (danno biologico + danno morale) potrà essere poi aggiornato con il calcolo congiunto diInteressi e rivalutazione monetaria.

2.Calcolo danno biologico su macropermanenti.
Questo calcolo si riferisce alle lesioni superiori a 9 punti ed è definito sia dalle tabelle di Milano sia da quelle di Roma. Basta inserire l'età del soggetto e i punti dell'invalidità. Dalla pagina dei risultati del calcolo si potrà passare anche al calcolo della inabilità temporanea e, successivamente al calcolo di Interessi e rivalutazione monetaria

3. Danno per la morte di un congiunto (tabelle Milano 2014)

  • A favore di ciascun genitore della morte di un figlio da 163.990 a 327.990

  • A favore del figlio per la morte di un genitore da 163.990 a 327.990

  • A favore del coniuge (non separato) o del convivente sopravvissuto da 163.990 a 327.990

  • A favore del fratello per morte di un fratello da 23.740 a 142.420

  • A favore del nonno per morte di un nipote da 23.740 a 142.420




Domande frequenti - Usura e anatocismo bancario

L’anatocismo bancario riguarda qualunque conto corrente che abbia operato stabilmente in rosso entro il 2000. La capitalizzazione trimestrale del calcolo interessi era una prassi usata da tutte le banche e su tutti i conti correnti.

In ogni caso, poiché non costa nulla, vale sempre la pena di chiedere un parere gratuito a Toprisarcimenti per avere le risposte desiderate. Potrete quindi sapere se ed in che modo l’anatocismo bancario si applica ai conti correnti dell’azienda o dell’ente pubblico e quanto è possibile recuperare facendo un ricorso.

Le cifre che possono essere recuperate sono legate sia alla durata del conto corrente, sia alla sua esposizione media, sia alla documentazione in possesso dell’azienda. Sono però importanti gli ordini di grandezza, ad esempio, per conti ventennali 1991-2011 mediamente esposti per 1 milione di euro la cifra recuperabile è dello stesso ordine di grandezza dell’esposizione media cioè da 0,5 a 2 milioni di euro. Non ci sembrano spiccioli.

Anche in questo caso, per sciogliere ogni dubbio, è bene chiedere un parere gratuito a Toprisarcimenti : si potrà avere una riposta sia sull’opportunità o meno di avviare una causa sia sul rimborso previsto.



Questa remora è più di natura psicologica e riflette una certa sudditanza verso le banche.Per controbattere questa remora possiamo intanto dire che :
  • Le banche sono tante e non è vero che facciamo cartello tra di loro a meno che non appartengano allo stesso gruppo.
  • Di solito un’azienda medio grande ha più conti correnti e su banche diverse : se si vuole essere molto prudenti si può sempre partire dal conto meno usato e magari meno importante oppure da quello della banca con cui opero meno perché mi fa le condizioni peggiori. In questo modo il rischio è davvero minimo, ma rende possibile capire e toccare con mano che il recupero degli interessi anatocistici e interessi usurai è una realtà.
  • Le cifre recuperate sono ben maggiori di qualunque interesse sugli affidamenti : rinuncio a 1 milione di euro da recuperare per paura che mi aumentino il tasso dell’1% ?
Il recupero delle somme, è possibile sia per le imprese in piena salute , che per quelle che comunque risentono della crisi attuale e che sono in più o meno grande difficoltà economica. La nostra esperienza ci dice che sono soprattutto le aziende con grossi problemi finanziari quelle più sensibili al tema. La ragione è facilmente intuibile: questa possibilità costituisce una vera e propria ancora di salvezza. Le aziende in salute sono, purtroppo, meno sensibili all’argomento. La loro maggiore preoccupazione sta nel timore che intentare una o più cause alle banche possa incrinare il rapporto con le altre banche con cui si lavora e, quindi, far registrare ripercussioni negative sui fidi in essere.
La scarsa conoscenza ed i pregiudizi (veri o presunti) sull’argomento sono tanto grandi quanto paradossali.

La possibilità di riavere indietro dalle Banche cifre importanti, che a volte possono salvare un’azienda in difficoltà oppure costituire una riserva liquida per nuovi investimenti, è una fortuna che non capita tutti i giorni. Rappresentano un beneficio insperato per l’azienda che commercialisti ed avvocati dovrebbero caldamente consigliare per fare davvero l’interesse dell’azienda stessa.

Ci è già purtroppo capitato di conoscere aziende che, pur essendo nelle condizioni, non hanno intrapreso una causa per la restituzione dell’anatocismo, mal consigliate in questo dai propri consulenti ( avvocati, commercialisti, … ) e magari per questo motivo sono poi fallite o andate in amministrazione controllata, mentre avrebbero potuto recuperare milioni o decine di milioni di euro che avrebbero potuto salvare l’azienda.

Quando la situazione è molto difficile e l’azienda sta per fallire l’anatocismo bancario può essere un’ultima insperata ancora di salvezza : poter recuperare cifre importanti sugli interessi pagati può radicalmente cambiare la situazione finanziaria di una ditta : passare ad esempio da un debito che non riesco a pagare addirittura ad un credito.
Questa è la vera scommessa e la vera difficoltà su cui giocano le banche. La principale speranza delle banche, infatti, è che le imprese abbiano conservato solo per gli ultimi dieci anni la documentazione bancaria (estratti conto in particolare) per ottemperare agli obblighi fiscali e se ne siano poi disfatti; e tanto al fine di limitare l’importo da restituire agli utenti.

• Se, per diligenza o per caso, avete tutta la documentazione siete nelle condizioni ottimali per poter procedere!
• Se, come è più probabile, manca la parte più vecchia della documentazione relativa al rapporto che si vuol ricalcolare, cioè quella dei primi anni o decenni a seconda della durata del conto, è importante che disponiate di quella relativa ad almeno 15 anni in modo che possano esserci periodi di tempo in cui sicuramente la banca ha applicato interessi anatocistici e ricorrano, quindi, i presupposti per iniziare una causa. La mancanza di una parte degli estratti conto, ovvero la eventuale presenza di “buchi” nella documentazione, costituisce un problema superabile in fase di ricalcolo tramite tecniche di raccordo dei saldi.
• Attenzione: le banche sono tenute per legge (art.2220 c.c.) a conservare tutti i documenti relativi al rapporto di conto corrente bancario, per 10 anni dalla chiusura del conto; ovviamente, se il conto corrente non è stato ancora chiuso detto termine non decorre e la banca ha l’obbligo di consegnare tutta la documentazione - contrattuale e contabile (estratti conto) -.
• Nonostante ciò, le banche, il più delle volte, per intuibili ragioni, ossia per ostacolare una completa ricostruzione del rapporto, consegnano soltanto la documentazione relativa all’ultimo decennio anteriore alla richiesta scritta che il correntista abbia in tal senso avanzato, richiamando la norma di cui all’art.117 IV Comma del D.Lgs. n.385/93 la quale, però, è applicabile soltanto alle singole operazioni contabili (distinta di bonifico, di versamento, etc….), mentre non è applicabile ai documenti contabili, dunque agli estratti conto, per i quali ultimi soccorre soltanto il citato art.2220 c.c.. Va peraltro detto che a volte le stesse banche la documentazione semplicemente non ce l’hanno oltre i 10 anni, avendola macerata e distrutta.
• Per tali motivi, è opportuno, se non addirittura fondamentale, che il correntista conservi tutta o gran parte della documentazione – contrattuale e contabile – oltre l’ultimo decennio.
I tempi per il recupero dei crediti sono, solitamente, di circa 22-24 mesi, oltre ovviamente ai tempi
necessari alla mediazione pari al massimo a 4 mesi. Tanto perchè l’istruttoria si basa quasi
esclusivamente sulla Consulenza Tecnica di Ufficio disposta dal Giudice al fine di ricalcolare
esattamente il rapporto di dare-avere tra le parti contrattuali ed in tal modo rideterminare il saldo
finale.
I tempi sopra considerati, tuttavia, possono essere di gran lunga minori se, come spesso accade, la
banca propone una transazione ed il cliente accetta. In molte occasioni, infatti, le banche,
prevedendo di uscire perdenti dal giudizio, anche per una questione di immagine, oltre che al fine di
limitare gli importi di denari da restituire, decidono di formulare al correntista un’offerta. Al Nord è
già successo più volte. Ad esempio, a fronte di un credito del correntista stimato in 1 milione di
Euro può avanzare una proposta transattiva del 50-60%, cioè di 500-600.000 euro.

La preanalisi è gratuita . Le spese per l’avvio della pratica sono minime: il cliente deve versare solo quelle necessarie per impiantare il procedimento di mediazione e conciliazione, nonché per instaurare, ove occorra, il giudizio civile, nell’ambito del quale dovranno essere infine anticipati i costi della Consulenza disposta dal Magistrato. Detti costi vengono posti, alla fine del giudizio, a carico della banca soccombente, cioè che ha perso la causa.

A queste devono ovviamente aggiungersi quelle relative alla consulenza e perizia certificata ,ossia , al caricamento dei dati contabili degli estratti conto ed alla relativa rielaborazione al fine di ricalcolare esattamente il saldo finale.

Il nostro compenso, infatti, è con la formula “QUOTA LITE “, ovvero mediante il riconoscimento di una percentuale sulla cifra recuperata da pattuirsi preventivamente al momento del conferimento dell’incarico.

Questa formula tutela il cliente in 2 modi :

• Limita le spese iniziali a quelle strettamente necessarie e non eliminabili per avviare l’azione giudiziaria

• Il vantaggio è condiviso : incassiamo solo SE va a buon fine e solo DOPO che è stata vinta la causa o si è concluso l’accordo transattivo e, quindi, dopo che è stato incassato il credito.

• Non ci sono altri acconti !



Domande frequenti - Infortunio sul lavoro

L'infortunio in itinere consiste nell’infortunio occorso al lavoratore durante il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, oppure durante il normale percorso che collega due luoghi di lavoro se il lavoratore ha più rapporti di lavoro.
Qualora non sia presente un servizio di mensa aziendale, l’evento può ricomprendere anche il normale percorso di andata e ritorno dal luogo di lavoro a quello di consumazione abituale dei pasti. 
La riforma del 2000 (cfr. D.Lgs. 38/2000) ha per la prima volta legislativamente inserito nella tutela assicurativa l’infortunio in itinere.
Il più recente sviluppo giurisprudenziale – ed a questo si è fatto riferimento nella stesura della nuova normativa - ha ulteriormente superato l’antico principio del rischio specifico, riconoscendo l’indennizzabilità di infortuni avvenuti durante il cammino a piedi, ed in assenza di particolari condizioni di rischio, oppure nel corso del trasporto su mezzo pubblico, giungendosi ad affermare che l’elemento discretivo dell’indennizzabilità è la finalità di recarsi al lavoro o di ritornarne.

 

La malattia professionale (detta anche "tecnopatia") è una patologia che il lavoratore contrae in occasione dello svolgimento dell'attività lavorativa a causa delle presenza di fattori presenti nell'ambiente nel quale presta servizio. Si distingue dall'infortunio sul lavoro perché l'infortunio si verifica in modo tendenzialmente immediato che incide istantaneamente e in modo traumatico sulla salute del lavoratore (la c.d. causa violenta), mentre la malattia professionale si sviluppa nel tempo per l'esposizione ad un fattore di rischio.

L’infortunio sul lavoro è definito dalla legge come l’evento, che avviene per la causa violenta, ricollegabile allo svolgimento dell’attività lavorativa,dal quale deriva unalesione o unamalattia del corpo che rende necessaria l’astensione dal lavoro per più di tre giorni. Per tutelare i lavoratori vittime di infortunio sul lavoro la Legge ha previsto una specificaassicurazione obbligatoria che consente di beneficiare di prestazioni sanitarie specifiche e di ottenere un risarcimento del danno tanto più pesante quanto più è stato grave l’evento traumatico e quanto più gravi sono le conseguenze che sono derivate.
Presupposti perché si possa parlare di infortunio sono quindi:

  • un evento traumatico dal quale deriva una lesione alla salute del lavoratore o la sua morte

  • un collegamento tra questo evento e lo svolgimento dell’attività lavorativa

  • una durata dell’inabilità al lavoro di più di tre giorni

  • la c.d causa violenta

    Si parla infatti di occasione di lavoro per intendere che deve esistere un rapporto causa-effetto, di qualunque natura, tra l’evento lesivo e lo svolgimento dell’attività lavorativa, tanto che la legge comprende all’interno della categoria dell’infortunio sul lavoro anche quello che si verifica nel tragitto tra l’abitazione del lavoratore e il luogo di lavoro (si parla in questo caso di infortunio in itinere).

La causa violenta e la differenza con la malattia professionaleLa causa violenta e la differenza con la malattia professionale.

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